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Il Pronto soccorso di Dolo ha protetto il Covid hospital dalla seconda ondata

venerdì 29 Gennaio 2021
Una diagnosi di Covid e partiva il ricovero. Ma è un ricordo della prima ondata. È con l'afflusso massivo di urgenze Covid della seconda venuta epidemica che il Pronto soccorso di Dolo, il primo filtro del Covid hub della provincia veneziana, ha affinato la diagnosi, tanto da comprendere in alcuni fondamentali passaggi diagnostici chi destinare ai reparti Covid e chi, gestibile in autonomia, inviare a casa con la terapia e l'assistenza territoriale. "Nella prima ondata, rilevata la presenza del virus nei pazienti, ricoveravamo quasi tutti. Ora filtriamo in base alla gravità, e questo aiuta molto anche a non sovraccaricare i reparti” dice il primario Andrea Pellegrini.
Dopo analisi cliniche e strumentali ad hoc fatte al Pronto intervento dolese, più di due pazienti su cinque vengono dimessi. Ma prima di consegnarli alla gestione domiciliare di Usca, Sisp, Adi e medico di famiglia, vengono educati all’automonitoraggio: nell’eventualità anche di un lieve peggioramento dei parametri, dovranno tornare al Pronto soccorso. È lo stesso reparto d’urgenza che spesso chiama i pazienti Covid dimessi, a distanza di giorni, per assicurarsi del loro stato di salute.
Il Pronto soccorso di Dolo è diventato così un ammortizzatore dell'onda d'urto del virus, un reparto cuscinetto, che ha aiutato a preservare i posti letto dei maxireparti Covid dolesi del 43,5%.  

Ricoveri, dal 78% della prima ondata al 56,5% della seconda
Nella prima ondata, fino ad agosto, i tamponi fatti al Pronto soccorso sono stati 1.838. Risultati positivi 77 volte (4,2%). Tra questi pazienti positivi, ne sono stati ricoverati il 78%, “perché più anziani e più gravi, anche perché attendevano a casa fino ad aggravarsi prima di rivolgersi a noi” ricorda il primario. (Nel picco della prima ondata, dal 2 marzo al 5 aprile, i tamponi sono stati 1.435. Positivi il 17%, in numero assoluto 243).
Considerando ancora i soli tamponi fatti in ospedale, il Pronto soccorso di Dolo ha quindi eseguito in questa seconda ondata 1.982 test. Di cui 482 sono risultati positivi, il 24,3%. Di questi, 210 sono stati dimessi dal Pronto soccorso: il 43,5%, contro il 22% di dimessi della prima ondata. “L’infezione ora è più diffusa, colpisce anche fasce d’età più giovani, spesso è meno grave, e questo ci permette di aumentare la percentuale di dimessi".
"Scremare tante persone che possono essere gestite in sicurezza a domicilio - dice il direttore Generale dell'Ulss 3 Serenissima Giuseppe Dal Ben -, vuol dire non sovraccaricare i reparti che in questa seconda fase sono stati impegnati dall’alta affluenza dei pazienti con Coronavirus”.

Ricovero o domicilio in alcuni fondamentali passaggi diagnostici
Oggi ricovero o dimissione spesso si decide sulla base di precise valutazioni, affinate nei mesi grazie alla diagnosi sempre più precisa. “Adesso conosciamo di più della malattia, abbiamo maggiore dimestichezza, sappiamo quando può essere rischioso dimettere e quando possiamo farlo in coscienza - racconta il primario -. Per prima cosa consideriamo l’ossigeno nel sangue grazie alla precisione dell’emogasometro. Poi c’è l’età: più il paziente è giovane, minore è il rischio. Poi c’è la comorbilità: quante malattie ha il paziente oltre all’infezione da Covid? Se sono presenti diabete o ipertensione o pneumopatie croniche siamo più propensi al ricovero. Poi usiamo l’ecografia, perché abbiamo imparato che le caratteristiche della polmonite da Covid spesso si nascondono alle radiografie. Nel caso rimangano dubbi, chiediamo infine la consulenza dei colleghi pneumologi, con i quali condividiamo la decisione del ricovero o della dimissione”.

L’alleanza con l’assistenza territorale nel post dimissioni
Un affinare la gestione del paziente Covid, questa, che avviene in alleanza con i servizi territoriali dell’Ulss 3. È compito di Sisp, il Servizio di igiene e sanità pubblica, di Usca, le squadre speciali di continuità assistenziale, del medico di famiglia e di Adi, l’Assistenza domiciliare integrata, raccogliere la staffetta del Pronto soccorso per continuare, se necessario, il percorso terapeutico e il monitoraggio del paziente Covid a casa. Ma prima della dimissione dal Pronto soccorso “diamo anche indicazioni domiciliari ai pazienti sull’automonitoraggio, perché in caso di peggioramento è giusto che si rivolga di nuovo a noi” rassicura Pellegrini.

Dai 150 accessi a settimana della prima ondata ai 350 della seconda
Confrontando tutti gli accessi del 2020 (26.574) con tutti gli accessi del 2019 (46.356), i pazienti in un anno sono diminuiti del 43%. Da marzo a dicembre dello scorso anno gli accessi al Pronto soccorso dell'ospedale dolese sono stati 19.036. Di questi, 298 in codice rosso, 3.672 gli arancioni e gialli, 6.649 i verdi, 8.417 i bianchi o non codificati.
Nel mese di marzo e aprile la media degli accessi in alcune settimane però, si è assestata sui 150 pazienti a settimana giunti al Pronto soccorso, che diventano 350 in questa seconda ondata. "Nella prima ondata pochi accessi e in gran parte Covid o sospetti tali, quindi ci eravamo organizzati quasi totalmente per un'unica patologia - spiega Pellegrini -. Attualmente le patologie sono miste”.

Pronto soccorso “elastico” con l’avvento della seconda ondata
Anche l'area Obi si è adattata e perfezionata nell'evolversi della seconda fase epidemica: l'uso delle stanze viene continuamente riadattato in ragione delle condizioni cliniche dei pazienti. “Alcuni locali Obi - dice il primario - sono stati quindi riservati al Covid in modo elastico, perché l’epidemia cambia in continuazione e dobbiamo adattarci ogni volta. La modifica degli spazi e la sanificazione continua ci ha permesso di andare avanti” spiega Pellegrini.

L’armamento potenziato della seconda ondata
In questa seconda ondata anche l’armamento del Pronto soccorso si è rafforzato: si sono ricavati tre posti in Osservazione breve intensiva (dai 7 della prima ondata ai 10 della seconda ondata). Al team delle urgenze si sono aggiunti 4 medici e 2 autisti. Al monitor multiparametrico e all’ecografo portatile wireless sanificabile arrivati in aggiunta nella prima ondata, si sono sommati una nuova macchina per i tamponi rapidi e un emogasometro, capace di individuare con estrema precisione la quantità d’ossigeno nel sangue.

La squadra dolese delle urgenze per 108.120 ore esposta al virus, il 97% ha deciso di vaccinarsi
La squadra dolese delle urgenze combatte con 16 medici, 40 infermieri, 14 operatori socio sanitari, 17 autisti quattro ambulatori e un’area di Osservazione breve intensiva. In tutto 87 sanitari. Sommando tutti i loro turni in questi mesi di pandemia, sono stati esposti al virus per 108.120 ore. Il 97% di loro ha deciso di vaccinarsi. “Una percentuale elevatissima - dice soddisfatto Pellegrini -. Io per primo, fino a pochi giorni fa, avevo l’ansia più che di ammalarmi, di essere fonte di contagio per i miei cari. Adesso, con la seconda dose, sono più tranquillo, ma non abbasso mai la guardia”.

“Mentre studiavo medicina lo scenario peggiore era una nuova guerra, non una pandemia”
Mentre studiava per diventare specialista delle urgenze, Pellegrini immaginava di affrontare incidenti, politraumi, infarti, addirittura guerre, “mai mi sarei sognato di scontrarmi con una pandemia. Ma con l’arrivo di Sars, Suina e Aviaria qualche segnale l’abbiamo percepito”.
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