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Area Covid Dolo, a combattere il virus un intero monoblocco blindato diretto da tre primari

mercoledì 25 Novembre 2020

Non si è mai negativizzato. Dall’insorgere della pandemia il dipartimento Covid dell’ospedale di Dolo non ha mai vissuto un giorno senza ricoveri dovuti al virus. È un monoblocco di tre piani che oggi è ad esclusivo servizio dei pazienti positivi, l’unico della provincia di Venezia a non aver mai conosciuto momenti di tregua, neanche quando il 6 e il 7 agosto raggiungeva il minimo storico dei tre ammalati di Coronavirus nel reparto di Medicina. “Non abbiamo mai abbassato la guardia” dicono i tre primari che dirigono l’area Covid dolese.
Il triumvirato dei primari Covid dolesi
Il triumvirato del monoblocco Covid dell’ospedale di Dolo è dei primari di Medicina interna Moreno Scevola, di Pneumologia Manuele Nizzetto e di Geriatria Flavio Busonera (facente funzione). L’ultimo, dopo aver vissuto la trincea Covid anche dall’altra parte, in un letto d’ospedale, si è aggiunto alla squadra dal principio della seconda ondata. “Ci sono pneumologi perché il virus colpisce i polmoni, internisti perché il virus non colpisce solo i polmoni e geriatri perché il virus colpisce duro soprattutto i grandi anziani” spiegano i tre dirigenti medici.
Al salire dei piani, sale l’intensità di cura
Insieme gestiscono l’intero padiglione 3 (il dipartimento di medicina dell’ante virus) di quello che oggi è diventato il Covid hub dell’Ulss 3, l’ospedale di Dolo. In questo monoblocco interamente dedicato alla cura del Coronavirus, sale l’intensità di cura con il salire dei piani: al secondo è allocata la Geriatria, al terzo la Medicina interna e al quarto la Pneumologia. Si passa dai letti di degenza standard del secondo piano, ai letti ad alta intensità di cura del terzo, ai letti semintensivi del quarto. Dal terzo piano, per fare spazio ai pazienti positivi, se n’è andata la Gastroenterologia, ricollocandosi nell’area dell’ospedale rimasta Covid free.
Nuovi numeri e strumentazione rinnovata
Dentro al dipartimento Covid dolese lavorano 28 medici specialisti, tre primari inclusi. I pazienti ora sono più anziani, e spesso più gravi, rispetto alla seconda ondata. L’età media è passata dai 71 della prima ai 75 della seconda venuta epidemica. Sono attivi 144 posti letto Covid, di cui 34 ad alta intensità di cura e 14 semintensivi (aumentabili in caso di bisogno). Con l’arrivo della seconda ondata i letti di sub intensiva e quelli ad alta intensità di cura sono stati attrezzati per il monitoraggio continuo. La sorveglianza, che viene effettuata anche a distanza dalle riattrezzate cabine di comando degli infermieri, riguarda sia i parametri vitali del paziente che le riprese in tempo reale del letto di degenza. Ognuno dei letti di subintensiva gode di una completa dotazione per la terapia respiratoria, come i ventilatori e i generatori d’alto flusso d’ossigeno. Più il materiale a magazzino, pronto per essere utilizzato con il divenire dei ricoveri, maschere nasali e maschere full faces incluse.
“Le aree Covid dell’Ulss 3, assieme alle terapie intensive, sono i reparti maggiormente interessati dalla pandemia - spiega il direttore generale dell’Ulss 3 Serenissima Giuseppe Dal Ben - e in questa seconda ondata sono state attrezzate con strumentazioni ancora più performanti, per rispondere alle esigenze dei nuovi pazienti, specialmente quelli più gravi e complessi”.
L’esperienza della prima ondata a Dolo
Da inizio marzo a fine settembre i pazienti colpiti dal virus e transitati nell’ospedale di Dolo sono stati 354: i maschi 189 e le femmine 165. L’età media dei degenti uomini è stata di 72 anni. L’età media delle degenti donne è stata invece di 81 anni. Oltre all’infezione, nel 60% dei casi i pazienti avevano anche malattie cardiovascolari, nel 30% il diabete, il 20% una neoplasia, il 7% soffriva di obesità. Dei 354 pazienti, 97 provenivano da una casa di riposo e 47 da un altro ospedale o da una lungodegenza, il resto dal proprio domicilio. I guariti  sono stati ricoverati, in media, 25 giorni prima della dimissione e hanno un’età media di 69 anni.
L’unica area Covid che non si è mai fermata: non un giorno senza un ricovero per il virus
Quanto alla presenza di pazienti positivi, il minimo storico è avvenuto il 6 e il 7 agosto, quando il reparto di medicina contava 3 ricoveri Covid. Dallo scorso marzo i sanitari del monoblocco dell’ospedale di Dolo dedicato al virus sono gli unici della provincia di Venezia a non aver mai smesso di curare in ospedale pazienti Covid. “Non ci siamo mai fermati e abbiamo sempre lavorato tra noi in maniera interattiva - sostiene Scevola -. Da quando abbiamo capito che saremmo diventati ospedale Covid, abbiamo implementato il confronto interdisciplinare con le diverse specialità attraverso riunioni quotidiane e migliorando i percorsi di confronto con le specialistiche, soprattutto quelle presenti a Mestre”.
Seconda ondata, prima pazienti più giovani e meno gravi rispetto alla prima, poi il contrario
Prima pazienti più giovani e meno gravi rispetto alla prima ondata, “poi il virus ha cominciato a circolare di più e sono cominciati ad arrivare pazienti più gravi e più adulti rispetto alla prima esperienza - dice Nizzetto -. Ora però abbiamo fortificato ancora di più l’interdisciplinarietà e sappiamo cosa aspettarci dal virus durante i ricoveri”.
La discesa in campo di Geriatria: aumento dei ricoveri dei grandi anziani molto più rapido rispetto alla prima ondata
Mentre nella prima ondata i reparti di Medicina e Pneumologia hanno cercato di fare da cuscinetto a quello di Geriatria, gestendo i casi Covid dei grandi anziani e tentando di preservare l’assenza del virus all’interno del reparto a loro dedicato, “in questa seconda ondata l’arrivo degli anziani che hanno contratto il Coronavirus è stato più importante e più veloce” spiega Busonera. Geriatria era stata interessata dal Covid per ultima nel corso della prima ondata. Nelle ultime tre settimane il reparto di Geriatria è invece passato da 0 a 54 anziani giunti all’ospedale con un’infezione da Coronavirus. Ed è stato così inglobato nell’area total Covid dolese.
Sub intensiva anche per il grande anziano
Qui anche ai grandi anziani è riservata l’alta intensità di cura: “Da noi non si fa mai una scelta di aumento o meno dell’intensità di cura in base all’età anagrafica - continua Busonera -, ma si valutano solo le condizioni reali del paziente. Recentemente, solo per citarne uno, abbiamo messo in sub intensiva un novantenne che è poi tornato a casa dai suoi cari, guarito”.
L’avanti Covid e il dopo Covid per i tre primari
C’è un avanti Covid e un dopo Covid, “perché niente, in medicina, sarà più come prima - confida Nizzetto -. Non avrei mai pensato, quando ho scelto questa specialità, che mi sarei imbattuto in una pandemia del genere. Gli stessi architetti che hanno costruito gli ospedali in tutto il mondo negli ultimi vent’anni, non hanno immaginato di doverli strutturare per far fronte logisticamente, nell’utilizzo degli spazi, a un’epidemia respiratoria. Noi medici abbiamo imparato molto da questa esperienza e da qui non torneremo indietro”.
“Nella forma mentis di noi specialisti sono arrivate l’interdisciplinarietà, la capacità di fare squadra, l’umiltà. Abbiamo imparato a chiedera aiuto tra di noi, senza continuare ad arroccarci all’interno delle nostre rispettive conoscenze e specialità. E questo è avvenuto soprattutto in questa seconda ondata, che all’entusiasmo ha lasciato spazio anche alla consapevolezza delle nostre debolezze, umane e professionali”.
“Io sono stato in uno di questi letti, dentro a una stanza di degenza come questa - racconta Busonera -, e so cosa si prova. Ho guardato in faccia il nemico, sono guarito e sono tornato a lavorare con più consapevolezza”.


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